Giovanni Testori
1964
[...] Che questo ragazzo sia chiamato un giorno ad avviare una meditazione
moderna, laica, e quindi fornita di tutti i risentimenti umani del caso, sulla
riduzione finale d'ogni cosa al suo scheletro?
Può darsi che la mia domanda, per ora, sembri un po' troppo decisa; e tuttavia
proprio in questa mostra, De Micheli espone una serie di "Fiori" che, oltre a
essere un'uscita poetica personale, sembra dimostrare come anche nel tremore di
queste rose, abbandonate su piani dai colori dolci e fasciati, egli sappia scorgere
la magra finale spoglia delle cose.
Dico questo non per quel mormorio attonito che vi passa sopra, ma per alcuni
particolari "figurati" che penso nessuno vorrà lasciarsi sfuggire: l'articolarsi del
gambo, come giunture di ossicini; e l'allacciarsi dei petali, uno all'altro, come
orbite vuote. [...]
[...] Anziché fatalistico abbandono, anziché resa alla violenza - com'è di tanta
pittura anche di protesta, che si ritorce in autodistruzione, o in estetico
nichilismo - è l'affermazione di una imbattibile fiducia nella forza dello spirito,
della ragione, della coscienza umana.
Fragile e giovanissimo "cavaliere", De Micheli affronta con l'arma di una
calligrafia squisita e d'un colore prezioso, la crudeltà mostruosa della pestilenza
che tortura e devasta oggi il presente e con quell'arma che parrebbe tutta stile,
cifra, simbolo, esercitazione letteraria, con la tenacia dell'arte, rovescia il fato,
ottiene la sua vittoria a favore dell'uomo. [...]
1968
[...]Il modo in cui De Micheli interpreta la vita e la morte di Thomas Müntzer si
sviluppa secondo queste linee, che ho appena segnate.
Ma l'elemento più originale e profondo di questa interpretazione è la semplicità,
la chiarezza, la povertà dell'immagine che vien ridotta alla sua magra essenza:
una pittura asciutta, nitida, precisa, nella quale convergono realismo e
delicatezza, forza e poesia, nella quale sottili armonie tonali si accompagnano
all'evidenza plasticamente dominata dalla forma; una pittura depurata che dice
una parola viva con le poche figure, con tagli di particolari, con i simboli
pregnanti; una pittura insomma ascetica, come si conviene allo spirito contingente
e universale della storia raccontata. [...]
[...] Gioxe De Micheli è uno di quei giovani rari che perseguono con lavoro
assiduo e puntiglioso l'obbiettivo di provocare la definizione della propria
personalità. Protagonista della pittura di De Micheli è la figura umana: una sigla
umana, identificata e diversificata dalle attitudini e dai gesti ma sempre aderente
a un'immagine simbolica generale...[...]
Caro Gioxe, in realtà, per questa tua mostra di Ravenna, avrei dovuto scrivere
una vera e propria introduzione. Tale, era la prima idea: il padre critico sul figlio
artista. E, a prima vista, l'idea funzionava. Ma davanti al foglio bianco, l'idea mi
si è inceppata. Cioè, non mi riusciva di trovare il "tono" giusto: il desiderio di
essere obbiettivo si risolveva in una forzatura. Allora ho deciso di scriverti
questa lettera "aperta", senza preoccupazioni di sorta.
É naturale che su di te abbia molti ricordi.
Ricordo, per esempio, che quando frequentavi le scuole elementari, ti annoiavi.
Ti piaceva solo riempire i quaderni di disegni. [...] E ti annoiavi anche alle
medie. Sapevi a memoria Lorca, Brecht, Maiakovski, Omar Kayyam, e Arturo
Graf non lo sopportavi. [...] Meglio della scuola la mia biblioteca era per te un
avventuroso arcipelago dove potevi viaggiare ed esplorare a piacimento.
E intanto non smettevi di disegnare.
Una volta ti regalai una macchina da scrivere: era una piccola "Corona", su cui
per anni avevo battuto articoli e traduzioni poetiche, finché mi ero deciso a
sostituirla con una "Lettera 22". Tu la sfasciasti, ma in compenso ne facesti un
"ritratto" a tempera: grigi e neri. Avevi tredici anni. Quella piccola "Corona",
nella tua immaginazione, si era trasformata in un istrice di tasti arruffati, in un
groviglio palpitante di tentacoli.
Ne rimasi impressionato. La scuola andava di male in peggio, la tua noia e la tua
svogliatezza anziché diminuire crescevano. Che fare? In fondo la soluzione era a
portata di mano, inutile tormentarsi. Se l'unica cosa che facevi davvero volentieri
era il disegnare e il dipingere, al diavolo, avresti fatto l'artista! Basta con la
scuola, basta con Arturo Graf. Avresti lavorato con le matite e i pennelli ogni
giorno, come del resto già facevi da tempo. Solo che ora questa "inclinazione"
stava per diventare il tuo "mestiere".
É così che hai cominciato, ogni giorno, a lavorare in un breve abbaino. [...]
Nel frattempo venivi in giro con me per l'Italia: la Biennale, le mostre d'arte
antica, i musei. [...] Il tuo modo d'esprimerti plasticamente stava mutando: ad
un espressionismo adolescenziale stava subentrando una ricerca di cultura più
severa, che guardava in particolare al Quattrocento, sia tedesco che italiano. [...]
Adesso stanno per scoccare i tuoi trent'anni. È un traguardo importante per un
artista. Tu lavori con serietà: ogni giorno sei davanti al cavalletto, stai crescendo
su te stesso, approfondendo la tua visione, affinando i tuoi mezzi. Io no ho
consigli da darti: mi sembra che tu segua la tua strada con sicurezza. [...] Non
sei mai stato un ragazzo prodigio: hai sempre fatto un passo dopo l'altro,
dimostrando nella costanza del lavoro la linea del tuo impegno. [...]
Tu hai davanti a te un numero fittissimo di giorni, che puoi mettere a profitto; io,
accidenti, ne ho molto meno. Ma già il punto a cui sei arrivato, per fortuna, mi
toglie di preoccupazione.
Tutto qui. T'abbraccio forte, tuo padre. Milano, Epifania, 1976.
[...] Ecco: se c'è per Gioxe un idolo polemico dichiarato, questo è la
superficialità, l'approssimazione delle lingue che presuppone
sempre l'approssimazione del vivere. Per questo i suoi contadini, i suoi tessitori,
i suoi cacciatori e uccellatori hanno una così umana nobiltà, intenti come sono
non a sacrificare sugli altari dell'effimero ma a compiere gesti antichi, calmi,
scanditi su un ritmo che allude a grandi lontananze e a grandi sapienze.
La loro presenza non è mai disorganica all'ambiente in cui si colloca; il loro
habitat è parte della stessa civiltà totale che anima i volti degli uomini, il respiro
delle piante, l'utilità non mercificata degli oggetti. [...]
[...] Si può dire tutto della pittura di De Micheli tranne che non faccia discutere.
Siamo ormai così poco abituati, evidentemente, a misurarci con il dipingere nel
solco grande di una cultura pittorica vera, non raccogliticcia o strumentale ma
profondamente assimilata e vivificata come è quella di questo pur giovane ma
già così maturo e completo artista, che le sue immagini riescono sempre a
sorprendere, a stupire, a spiazzare. Non sono molti oggi in Italia, infatti, quelli
che, come lui, sono riusciti a coniugare così fruttuosamente una linea "umanistica"
che dal passato remoto (l'amore per Luca Signorelli o per Simone Martini, per
Dürer, per Pisanello e così via) giunge fino a noi per farsi linguaggio e meditato
rigore compositivo e, soprattutto, profondamente innervato ad una così toccante
metaforicità esistenziale.[...]
[...] Ora, in quest'ultima serie di dipinti, De Micheli sembra avere affinato le sue
migliori qualità formali. Prima fra tutte, a nostro parere, quella compositiva.
Virtù rara ed antica, questa che Gioxe dosa con sapienza, mentre sembra
decantare, in queste ultime opere, una certa qual crudezza incisiva affilata, del
suo stile, in un impasto sempre magro ed essenziale ma più morbido, stemperato
da una nota di malinconia; sostenuta, quest'ultima, anche dal dolce accordo dei
toni spenti e dalle colate di pianto che intridono la tela, la cui trama, secondo una
felice soluzione, diviene essa medesima materia della pittura. L'impegno morale
che ha sempre pervaso i dipinti di Gioxe De Micheli non è scomparso. Ora, forse,
esce sublimato in una visione più dolcemente allusiva, ma più profonda. [...]
[...] Gioxe, negli ultimi anni, è passato a tematiche più larghe di quelle giovanili,
meno connesse con la condizione storica dell'uomo, e piuttosto aperte sulla
riflessione esistenziale.
Il ciclo attuale passa attraverso il precedente del "Naturalista", il cui pezzo
culminante è costituito dalla figura de naturalista morto - o addormentato? -.
Anche qui gioca l'esperienza personale di vita, una famigliarità con la natura, gli
animali, una predilezione quasi ossessiva nel circondarsi delle loro tracce e delle
loro forme - davvero la casa di Gioxe sembra per qualche verso lo studio di un
naturalista; ma appunto si potrebbe fare il discorso contrario: l'esperienza è
ricercata in vista di una meditazione sulla vita. Il naturalista interroga l'animale
vivo, il bucranio, la conchiglia, il tubero. Ascolta. [...]
Penetrare nella casa di un artista è come "entrare nello specchio", scoprire cioè
che cosa c'è dietro la tela e accorgersi, per esempio, che la mela, ricorrente
presenza di questi quadri, è l'immagine, nella realtà, della domestica abitudine di
mangiare un frutto alla sera davanti alla televisione: le bucce dimenticate e il
coltello in bilico sul piatto, trovati il mattino dopo, sono già racconto.
È senz'altro così, entrare nella casa di Gioxe è rendersi conto che non c'è
soluzione di continuità fra lui come persona, la sua vita e le sue opere: una
continuità che non si spezza, se non apparentemente, immergendosi nelle acque
a volte calme e a volte torbide e tempestose della sua intimità.
Gioxe non è un artista che "vuole" dire qualcosa, è un artista che dice come
respira, e il suo respiro può essere ora calmo ora affannoso, ora rallentato dal
sonno o accelerato dal sogno.
Nella sua casa sono appesi soltanto pochi quadri suoi e qualche disegno di amici,
quasi che i muri non siano che parti allargate del suo corpo e, insieme, della sua
memoria, parti di sé come unghie, mani, passioni.
Il disordine dello studio sembra testimoniare l'affastellarsi dei piccoli e grandi
eventi quotidiani, l'infinita ricchezza dei minuti e delle occasioni di una giornata,
che si risolvono nella meditata e perfetta composizione delle tele che emergono
dal "caos" proponendo un "centro" dove si concludono e via via si dipartono gli
intrichi del pensiero e dei sentimenti. [...]
Chi conosca il lavoro - già così sorprendentemente folto di risultati di assoluta
fermezza espressiva - realizzato negli scorsi anni da questo giovane artista non
può non ricordare come tali elementi fossero già comparsi in altri cicli,
segnatamente in quello intitolato al "Naturalista", dove si affiancavano ad altri
reperti - bucrani, ossicini, costole di animali preistorici - secondo un'intenzione
di significato più ardua o comunque più complessa. Qui, nella nuova serie,
De Micheli li ha reinseriti, per così dire, nel loro décor pre-simbolico,
trasferendone la presenza dalla sfera del sogno a quella della veglia, dall' ambito
dell' allusione, della simmetria, della cifra a quello di un'umanissima,
asimmetrica tenerezza e trepidazione. L'effetto è, a mio modo di vedere e sentire,
di un'esattezza poetica esemplare, struggente. [...]
[...] Gli ultimi quadri usciti dalla valigia, questi bellissimi sul medievale "Sir
Gawin e il Cavaliere Verde", confermano un mio antico sospetto: di un Gioxe
dalla testa felicemente altrove. Altrove ma complice d'arte e amica.
Guardate, guardatelo come - camuffato da Cavaliere Verde - amorevolmente la
segue nell'acqua, come con lei poeticamente brinda, come con lei
cavallerescamente ci saluta.
Di Gioxe la critica (da Testori a Bossaglia) sempre ha detto e sempre più dirà.
Io sempre più guarderò. Perché i quadri di Gioxe rendono felici i miei occhi. Che
dunque per primi si uniscono riconoscenti al Brindisi del Cavaliere Verde.
Quadro questo tra i più intensi, che parla a tutti i nostri lacerati arti mancanti, a
a tutte le nostre personali e collettive mutilazioni, decapitazioni.
[...] Ma il colore... Ecco, sul colore bisogna soffermarsi un po' di più, appunto
perché è meno evidente del disegno.
Le visioni di De Micheli si fondano in larga parte sull' apparizione del colore.
Pensiamo alle variazioni sull'acqua marina, agli effetti di luce serale o notturna,
alle descrizione dei tramonti e dei cieli, agli ornamenti dei fiori, a certi oggetti
prevedibili, resi enigmatici dall'imprevedibilità del colore. Si tratta di un colore,
dunque, che non ama esprimersi in timbri decisi, né tantomeno in gamme
industriali e tecnologiche, ma si traduce soprattutto in toni, in cangiantismi, in
dissolvenze, in iridescenze, in valori mentali e lirici. [...]
i
[...] Mi pare che tra "I fratelli della costa" circoli appunto qualche traccia dei due
archetipi, il contadino e il navigatore. O meglio, si può dire che questo angolo di
mondo che fornisce i suoi dati all'immaginario di Gioxe contenga le tracce sia
dell'uno e dell'altro, nutrendosi di due antiche saggezze. Ma niente più di questo
si può concedere a una interpretazione del nuovo ciclo pittorico in chiave
narrativa: è pericoloso e fuorviante, oggi, classificare in questa direzione un'arte
al tempo stesso coltissima e lirica, sofisticata e dirompente, ambigua e solare.[...]
[...] Ma è l'uomo che fa la storia, e De Micheli, con questa sua opera lo afferma, e
lo fa attraverso figure realistiche e al tempo stesso simboliche. L'artista esprime
questo concetto attraverso un linguaggio pittorico che diventa "memoria e
testimonianza che si tramuta in storia"; una storia che ci appartiene molto da
vicino. E qui emerge la grande lezione assimilata sul filo che unisce il concetto
fatto proprio dalle leggi di un pensiero che si richiama allo stretto rapporto di
connessione tra il "sentire artistico" e ad suo "moto e modo del senso persuasivo"
di significare, sia i valori della comunicazione, che quelli della conoscenza, della
bellezza, dell'armonia e della fantasia. Il tutto si enuncia in un contesto
gnoseologico più penetrante che si compendia con l'insieme di tutte le
problematiche dagli incerti confini che sono attinenti alle cose "sensibili", nel
senso che, esse, come in questo caso il lavavetri, il venditore di tappeti, la figura
materna e gli altri elementi costitutivi dell'opera, da soli, non vengono mai
assolutizzati perché soggetti a sensazioni. Lo stimolo che li regge, non è più così
solo la verità assonometrica realistica e simbolica, ma soprattutto, la poetica
creativa... [...]
[...]Allora è questo che ci appare nel Polittico della Maternità? Presenze di
straniera gente scampata alla miseria del proprio paese? Sconosciuti d'altra
nazionalità con cui spesso evitiamo finanche il contatto verbale ai semafori e mai
avremmo pensato di ammirare sotto le rinnovate spoglie di immagini pittoriche?
Come negare l'evidenza? Loro sono lì, sulle tele! Figure dignitose dal celato
pathos. Restano immobili, mute, trattengono il respiro perché questo loro
straordinario, irripetibile momento di visibilità non si consumi agli occhi di chi
guarda ma si tramuti in espressione durevole. A De Micheli in definitiva è
bastato solo modificare la contestualizzazione naturale per accoglierli,
astraendoli da qualsiasi connotazione di luogo, nella dimensione metafisica dello
spazio pittorico. Avviene così che nelle immagini subentri un afflato eroico,
assoluto. A vederli dipinti come non considerarli martiri della modernità. Miseri
umani in odore di santità. O dovrà, comunque, intendersi il loro passaggio, per
mano dell'artista, dalla condizione di emarginazione e povertà alla valenza
poetica. [...] I protagonisti, soggetti strappati alla quotidianità, rinnovano i
millenari temi dell'arte divenendo icone sì stranianti ma di inedita modernità. [...]
Una semplice scatola di cartone è al centro del nuovo "ciclo", che Gioxe
De Micheli ha dipinto nel corso del 2000. Traslochi. In queste tele sono presenti
alcuni degli oggetti simbolo della personalissima mitologia dell'artista: la
gualdrappa di Guidoriccio, l'ombrello verde, la gabbietta vuota, il flauto, la mela,
la piantina di erica. Anche il protagonista è lo stesso dei "cicli" precedenti,
Il ritorno di Guidoriccio e I fratelli della costa. Una figura maschile si sdoppia
e si moltiplica in differenti pose svelandoci la natura della scena a cui stiamo
assistendo: è il teatro del sogno, della vita interiore in cui scopriamo essere noi
stessi protagonisti, antagonisti e spettatori. Eppure qui qualcosa è cambiato: la
valigia che il viaggiatore aveva sempre con sé, in molti casi è sostituita dalla
scatola di cartone. Il viaggio non è più lo stesso, si è trasformato, è diventato un
trasloco. la scatola è quella in cui vengono imballati gli oggetti quando si cambia
casa, quando c'è un "cambio di residenza".[...] Immersi nel mare con canotti o
barchette di carta i "fratelli della costa" erano o giocavano ai naufraghi. Con
spavalda fierezza andava all'assalto dell'azzurro del cielo. Ora invece il
personaggio è dentro la scatola; chiuso al suo interno, si misura con il vuoto, la
fragilità, il limite imposto dalla scatola. [...]
Prima di cominciare il nuovo "ciclo" Gioxe De Micheli si è misurato con
un'opera dalle grandi dimensioni: Diario di guerra [...] Al centro della tela un
personaggio maschile volge le spalle allo spettatore e proprio dietro la schiena
nasconde una mano che impugna un coltello. La mano che tiene il coltello è
macchiata di rosso, dunque già insanguinata. Ai lati del tavolo sono sedute altre
due figure maschili, una in atteggiamento pensoso, l'altra suona il flauto. La scena
avviene su una sorta di predella o palco di assi di legno leggermente rialzato, al
di sotto del quale un quinto personaggio tenta di nascondersi. Replicato nelle
cinque figure, il protagonista mette in scena il conflitto: è lui a infliggere il male,
a subirlo, a essere spettatore, a piangerlo attraverso le note del flauto.[...]